Bibione, parte terza: “il delirio ha inizio”. #horseman trova particolarmente gustosa la banana gigante mentre balla in maniera sfrenata sulle spalle di un amico.
Bibione, parte seconda: “Il trio delle meraviglie”. #horseman, una banana gigante e un finto papà con un bombolotto pieno di alcool.
Bibione, parte prima: “la calma prima della tempesta”. Horseman (il paladino della giustizia) si beve un caffè.
Uomo e donna: un bisogno o una tradizione? (Da Linformando, 9 Maggio 2013)
Quali riflessioni “mettere sul tavolo” al riguardo di un argomento così delicato ai giorni nostri come quello del Matrimonio? E’ ancora indispensabile parlare di un’unione duratura? Qual è il percorso storico che ha portato, nel tempo, al cambiamento di un istituto che era considerata l’unica via d’uscita? Quali le differenze tra matrimonio civile e canonico, quali le ragioni di una differenziazione?
Quello di ieri, alla scuola di Giurisprudenza dell’università degli studi di Bologna, è stato un incontro che permette a mio avviso di dare una risposta –almeno iniziale– a interessanti quesiti quotidianamente al centro della discussione sociale. Partecipavano a tal proposito: Andrea Zanotti, professore di Diritto Canonico; Paolo Biavati, professore di Diritto Processuale Civile; Enrico Al Mureden, professore di diritto privato e di diritto di famiglia. Docenti ricoprenti cariche differenti, radunati in una stanza comune a rispondere ad una provocazione iniziale, già dal titolo dell’incontro: “Uomo e donna: un bisogno o una tradizione?”.

Ed è proprio il professor Zanotti, il primo a prendere la parola. La sua riflessione parte indicando il quadro di Edward Hopper, “Room in New York” (scelto nelle locandine dell’evento) raffigurante un uomo e una donna insieme in una stessa stanza. Secondo l’esperto il matrimonio di una volta era proprio così: “la condivisione di un destino comune, orientata a dare vita a nuovi destini”. La procreazione ne era un elemento fondamentale e il tutto sembrava, almeno dall’esterno, equilibrato. Ma l’età in cui viviamo sembra rompere quell’equilibrio e si è avviata una stagione in cui il matrimonio perde la sua centralità. Quali i motivi?
Una prima risposta: l’evoluzione della tecnica riduce lo spazio e l’arco temporale. E si spiega: vivendo dentro un’era in cui i cellulari sono sempre accesi, i mezzi di comunicazione sempre a portata di mano, scattanti, veloci, pronti, ne risulta che la percezione che abbiamo del tempo è ormai solo quella del presente, non più quella del tempo narrativo. Secondo il canonista: “E’ ormai impossibile contemplare un domani che non sia fra qualche ora”. Questo rende le persone fragili sulla soglia della durata: la parola “per sempre” o la parola “mai” sono diventate molto difficili da pronunciare.
Ma la stessa parola “a-more” è storicamente un significato di durata, dato che è composta da un alfa privativa e dalla radice “mors”, che significa morte. Quale indicazione migliore della stessa parola, che sta a significare “sconfiggere la morte” per tracciare i contorni di un sentimento che è lotta duratura –insieme– ad un elemento eterno come la morte?
L’ordinamento canonico ha comunque avuto nel tempo vacillazioni al riguardo dell’istituto matrimoniale. Fino al concilio vaticano secondo questo era improntato in un certo modo, cioè solo ed esclusivamente come sacramento. Ma è il legislatore post-concilio che ne cambia le fattezze: non è più solo intesto come istituzione, ma anche come avventura. Si cominciano a delineare caratteristiche aggiuntive alla già citata procreazione: indissolubilità, unità e fedeltà reciproca. Si comincia inoltre a pensare, per la prima volta, ad un elemento fondamentale: la divisione dei ruoli. Negli anni successivi arriveranno numerosi altri eventi che lo che modelleranno ancor più, certo: ma quello con questi canoni è il modello di matrimonio presentato dalla chiesa tutt’oggi. Quali le ragioni allora della nascita di un istituto parallelo, quello del matrimonio civile? Semplice: lo stato liberale, per la propria struttura innovativa, non poteva tollerare che una parte della propria legislazione venisse regolata da un’autorità esterna. Non si spiegherebbe come mai (e qui conclude, lanciando un palese “cross” ai propri colleghi civilisti) l’istituto del matrimonio civile ricalchi alla perfezione –almeno per i primi anni– quello del diritto canonico. Fino al ’73 il matrimonio presentava il carattere dell’indissolubilità perché non vi era possibilità di divorzio. E da lì in poi si è cominciato a verificare uno scollamento. Aggiungo io, da inesperto: come mai?
Prende la parola allora il professor Biavati, il quale più che un parere da esperto, porta ai partecipanti proprie riflessioni. E decide di articolare il discorso in tre punti. First: Una considerazione personale, che ricalca il discorso della “durata” già espresso dal precedente collega: oggi la società ha paura di tutto ciò che si avvicina ad una scelta definitiva. C’è paura di fare qualcosa che non sia provvisorio. Ma cosa si può raggiungere con una scelta duratura? Aggiunge, in una frase, quella che può essere una risposta incredibile: “Ogni scelta da un lato brucia tutte le altre. Ma dall’altro è la condizione necessaria per fare qualcosa di importante”.
Prosegue poi con una constatazione: “In ogni essere umano il bisogno di amore è maggiore della capacità di amare”. Secondo il processual-civilista il primo sarebbe la base larga di un rapporto, mentre il secondo la base stretta: oggi ad esempio non si sposa la persona che si ama, ma si decide di amare la persona che si sposa. Dove trovare allora la certezza in una persona? Sicuramente dall’impegno, e non dal livello di piacere che una persona può dare. C’è, infatti, una logica di scelta, una logica di dono. Se si decide per una persona, con quella ci si mette in gioco. E tutta la vita non basta, non basta nemmeno “l’indissolubilità” a porre un vincolo.
Termina poi con una riflessione, prendendo spunto dal titolo dell’incontro. Il matrimonio è un bisogno o una tradizione? Nessuno dei due. “Il matrimonio è un alleanza per un progetto”. E progettualità sta anche e soprattutto nell’avere figli ed educarli. Si badi bene: il secondo è un compito molto serio, dato che il figlio è un’altra persona, un soggetto con il quale i genitori si devono interfacciare. Quale allora il senso che può giustificare il progetto? “Donare vite libere”, secondo Biavati, può esserlo per i figli, e allo stesso tempo, “vivere il rapporto come servizio”.
Siamo dunque, riassumendo, in grado di scegliere una persona per sempre? Siamo capaci di amare, e di farlo a tal punto da costruire un’alleanza per un progetto? Ma soprattutto, chiede Biavati: “risposte a queste domande possono essere trovate anche in unioni non ufficiali o di persone dello stesso sesso?”.
Ricorda allora il testo finale di una recente sentenza della cassazione (quasi bacchettando l’organo supremo dello Stato) che in cinque righe prova a dare risposta “in maniera assolutamente assertiva, ed in senso negativo” all’interrogativo. Secondo il professore, in situazioni come queste è difficile dimostrare che siano presenti gli elementi elencati nella premessa. Ma bisogna dialogare con la persone interessate, indagando la loro condizione e chiedendo prima di tutto: “dove trovi la tua felicità?”. Conclude il discorso dando un ulteriore spunto, dicendo che oggi la globalizzazione trova nella famiglia coesa un ostacolo. Più la situazione rapporti umani è “liquida”, più il capitalismo ha campo libero. Ecco perché nel matrimonio un primo ingrediente per la felicità è possedere la caratteristica della responsabilità.
Parla infine il professor Al Mureden, che articola il suo discorso chiedendosi cosa si aspettavano dall’istituto del matrimonio rispettivamente i nostri nonni, i nostri genitori, e cosa ci aspettiamo oggi noi.
Per quanto riguarda la generazione dei nostri nonni, sembra non esserci ombra di dubbio:si aspettavano che fosse per sempre. Tanto che vi era una potestà del padre –che diventava il capo famiglia– sulla moglie e sui figli. Proprio su questi ultimi, nel caso di nascita fuori dal matrimonio, il diritto rendeva la situazione molto complessa, tanto da chiamarli “illegittimi” nel nostro codice civile. Era evidente allora una condizione di disapprovazione da parte dell’ordinamento: sposarsi era per sempre. E aggiunge: “Anche se li avessero avuti, i miei nonni non avrebbero mai detto di avere figli procreati al di fuori del matrimonio!”. Nel corso degli anni, si sono poi verificati una serie di passaggi fondamentali. Nel 1974 ad esempio, l’istituto del divorzio è stato confermato da un referendum “ad una maggioranza neanche troppo larga”. Il matrimonio ha smesso di essere una scelta definitiva (e recentemente –nel 2007– una sentenza della corte di cassazione ha addirittura affermato che i coniugi hanno il diritto costituzionalmente garantito di separarsi). Nel 1975 poi vi è stata una riforma organica del diritto di famiglia, che ha portato, tra le tante innovazioni, la parità all’interno della famiglia. Gli sforzi sono sfociati poi in quelli che oggi conosciamo come gli articoli 29 e 30 della costituzione. Se volessimo verificare quanto la frase “ci sposiamo per dare maggiore tutela ai nostri figli” è reale, possiamo dire che sicuramente per i nonni lo era, ma per i genitori questa ha cominciato a perdere parecchio del suo fondamento giuridico. Dice infatti Al Mureden:
“I miei genitori si sono sposati nel 74 sapendo che sarebbe stato per sempre. Ma dopo soli 12 mesi la concezione è cambiata radicalmente!”. E allora: cosa ci aspettiamo oggi noi dal matrimonio? Ci aspettiamo una cosa duratura o che dia maggiore tutela ai nostri figli?
“Di questo non sono sicuro”, dice il civilista. Ma i cambiamenti recenti hanno permesso di concentrare il significato dell’unione nel rapporto tra gli sposi. Ed emerge un dato importante. E’ stato condotto uno studio giuridico-economico a livello europeo che mette a confronto esperienze coniugali in vari paesi dell’unione (e anche degli USA) basato su tre parametri:
- Quando non vado più d’accordo con il coniuge quanto tempo occorre ad uscire dalla relazione?
- Quali conseguenze economiche?
- Quali sono le condizioni dei figli se ci separiamo?
Dai risultati emerge che in Italia abbiamo ancora il significato giuridico più intenso di Matrimonio di tutta l’Europa. La separazione, da noi, prevede un percorso molto più lungo (nel quale la coppia può decidere di riflettere), conseguenze e condizioni molto più gravi da un punto di visa economico di altri paesi. E conclude: se da un lato l’ordinamento ha reso il matrimonio risolubile, non potendo arginare la richiesta sempre più crescente di fragilità dello stesso, dall’altro ha cercato dei sistemi per rafforzarlo. Si pensi ad esempio che i figli hanno diritto ad un rapporto pieno con ognuno dei due genitori, dato che l’ordinamento “costringe” a mettere d’accordo i due coniugi sul rapporto con la prole (legge sull’affidamento condiviso). Sembra quasi dire: “Bene, voi potete separarvi, ma per quanto riguarda vostro figlio dovete mettervi d’accordo”.
Il ritorno da #Bibione è solo solo con la finale - gara 5 per lo scudetto! Un week end iniziato e finito fino all ultimo con la pallavolo!





